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RORY ROLLINS

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ARCH ENEMY
Khaos legion
ltd edt book 2 cd

14.90

CD NEW AND SEALED

Khaos Legions is the eighth studio album by Swedish melodic death metal band Arch Enemy. It was released on May 30, 2011, by Century Media. The record marks a return to new, original material, after releasing the Tyrants of the Rising Sun – Live in Japan live CD/DVD (2008) and The Root of All Evil (2009) which consisted of a selection of re-recorded songs from the band’s back catalog. It is the band’s ninth album counting the compilation.

Khaos Legions debuted at number 78 on the Billboard 200, selling around 6,000 copies. This surpasses both Doomsday Machine and Rise of the Tyrant, making it the band’s highest-charting effort so far.[8]

The album’s single is “Yesterday Is Dead and Gone”, and music videos have been released for “Yesterday Is Dead and Gone”, “Bloodstained Cross”, “Under Black Flags We March” and “Cruelty Without Beauty”. This would be the band’s last album with founding member and guitarist Christopher Amott before he parted ways with the band for the second time in March, 2012 to be replaced by former Arsis guitarist Nick Cordle. Also the last album with singer Angela Gossow before she stepped down as vocalist in March, 2014 to be succeeded by the Agonist singer Alissa White-Gluz

Descrizione

Legendary Album from Arch Enemy

Tracklist:

CD1:
1. KHAOS OVERTURE (INSTRUMENTAL)
2. YESTERDAY IS DEAD AND GONE
3. BLOODSTAINED CROSS
4. UNDER BLACK FLAGS WE MARCH
5. NO GODS, NO MASTERS
6. CITY OF THE DEAD
7. THROUGH THE EYES OF A RAVEN
8. CRUELTY WITHOUT BEAUTY
9. WE ARE A GODLESS ENTITY (INSTRUMENTAL)
10. CULT OF CHAOS
11. THORNS IN MY FLESH
12. TURN TO DUST (INSTRUMENTAL)
13. VENGEANCE IS MINE
14. SECRETS CD2:
BONUS CD KOVERED IN CHAOS:
1. WARNING (DISCHARGE)
2. WINGS OF TOMORROW (EUROPE)
3. THE OATH (KISS)
4. THE BOOK OF HEAVY METAL (DREAM EVIL)

Label: Century Media

Format : 2 Cd Ltd ed Digibook

Band Website:https://archenemy.net/en/

Band Facebook: https://www.facebook.com/archenemyofficial

2 recensioni per ARCH ENEMY
Khaos legion
ltd edt book 2 cd

  1. From Metallizzed: Torna una delle band più importanti del death melodico, quella particolare tipologia che una volta veniva definita quale swedish death e poi negli anni ha visto mitigare le proprie linee verso melodie sempre più heavy e soft. Gli Arch Enemy hanno man mano aumentato il proprio bacino d’utenza proprio grazie all’ammorbidimento dei suoni, che se da una parte ha comportato l’abbandono dei fan più duri e crudi, dall’altra ha regalato a questo gruppo una popolarità in costante crescita. I fatti parlano chiaro, il marketing per primo: non penso che nel variopinto mondo metallico ci sia qualche persona che non conosca il nome di Angela Gossow, così come non credo che esista qualche remoto angolo di pianeta in cui gli Arch Enemy non riescano ad avere riscontri. Il successo è aumentato in maniera proporzionale proprio con l’ingresso in formazione dell’avvenente tedesca. Fino ad allora tale band aveva dato l’impressione, attraverso Johan Liiva e l’orientamento espresso dai musicisti capitanati dall’Amott maggiore, di essere sì ancora derivativa, ma di avere un bagaglio di prospettive estremamente ampio. Dal 2001 però, la chiave di volta: gli Arch Enemy hanno gradualmente abbandonato le radici death metal per abbracciare sempre più sonorità heavy e ritornelli facili da memorizzare (o da compatire).

    Da dieci anni si va avanti con giudizi controversi, tra coloro i quali hanno apprezzato la svolta di allora, quelli che invece non hanno perdonato a Michael Amott il cambio stilistico, e per ultimi coloro che ancora sperano in una mediazione tra passato e presente, attendendo la sintesi perfetta.
    Ora c’è da chiedersi quale strada abbiano intrapreso gli Arch Enemy col nuovo Khaos Legions, se l’ex Carcass abbia avuto un attacco nostalgico per il death dei primi anni, se per caso sia stato inventato un nuovo effetto da applicare in studio alla voce della bella Angela, e se infine gli assoli di chitarra derivino ancora dalle musiche di Cristina d’Avena. Ben quattro “se” la cui sintesi produce la seguente domanda: bisogna raccontare Khaos Legions quale prosieguo di quanto avvenuto fino ad ora, oppure come ritorno alle origini?

    E’ bene dirlo ora, in modo da non stancare ulteriormente le pupille metalliche di speranzosi lungo-criniti cresciuti a Carcass e grugniti. Gli Arch Enemy sono sempre quelli degli ultimi anni: melodie un tanto al chilo per varie quintalate, assoli in modalità “ho-la-chitarra-nuova-e-ora-mi-sopportate”, voce grattugiosa e spesso artefatta -o aiutata- in studio. Nessun cambiamento stilistico, pochi sussulti e mille mila ritornelli.

    L’album si apre con l’intro, Khaos Overture, prevedibile come la ringhiera sul balcone. Siamo al primo ossimoro: il “khaos” dovrebbe essere inatteso, lontano da qualsiasi regola matematica, invece sembra tutto così calcolato. Fa niente, è solo l’inizio. Passiamo a Yesterday Is Dead And Gone (che sia una minaccia?) e le prime note fanno sperare in un sussulto. Purtroppo chi visse sperando morì disperato, anche se in tal caso non si tratta di passare a miglior vita, ma di soffrire al primo ritornello che si paleserà per ben tre volte lungo la canzone. Non ci pensiamo, ricordiamoci che i nostri sono dei signor musicisti e passiamo alla terza traccia, Bloostained Cross. Di nuovo un sussulto, questa volta anche maggiore del precedente; la canzone parte a raffica, macina riff e doppia cassa, rallenta lievemente per poi ripartire a fionda. Evviva, è la ripresa, lo sento. Invece no, passata la metà ecco il nostro “arci nemico” ripresentarsi e reclamare la propria presenza. E’ sempre lui, il ritornello: quell’infame, astuto e allenato refrain, modellato da anni di marketing professionale, era in agguato, stava lì quatto quatto pronto a balzare fuori; colpa mia, ne avevo sottovalutato la portata. La seguente metà di Bloostained Cross lagnosamente prosegue per due minuti per poi terminare con mio grande, enorme sollievo. Under Black Flags We March nemmeno prova a correre, rallenta da subito e procede in un mid tempo insapore come nemmeno un cetriolo scondito, con la banalità che nell’assolo tocca l’apice. No Gods, No Masters parte direttamente col ritornello, in modo da eccedere in questo anche le canzoni che l’hanno preceduta (ormai mi sembra di vedere Cristina D’Avena, accanto a me, che accompagna il coro). In tal caso l’ilarità maggiore è però nel testo, la cui frase principale, ripetuta all’infinito, è d’obbligo segnalare: ‘I am who i am’. Ebbene sì, i nostri sono anche fini filosofi, ed infatti Angela ribadisce che “lei è quel che è”: caspita, ora che lo sappiamo ne dormiremo sonni tranquilli. City Of Dead, forse dedicata alla pochezza creativa dell’album, va avanti coi tempi marziali e non accelera, mai. City Of Dead dicono loro…”and the dead is the music”, aggiungo io. Dopo una trascurabile Throught The Eyes Of A Raven, per la quale evito di ripetere i concetti fin qui esposti, si passa alla prima canzone degna di nota, Cruelty Without Beauty. La traccia, seppur non eccedendo nell’assoluto qualitativo, emerge dalla mediocrità che l’ha preceduta, segnalandosi sia per un Amott tornato indietro negli anni, sia per i tempi furiosi che la sorreggono per la quasi totalità. Siamo “appena” alla settima traccia, potevano pensarci prima. Dopo la strumentale We Are Godless Entity, un filler che più di così non si potrebbe, gli Arch Enemy tornano a picchiare con Cult Of Chaos. Finalmente ognuno dei cinque esegue il proprio sporco lavoro all’insegna del death svedese: furioso quanto serve, a tratti malinconico e dirompente fino al termine. Thorns In My Flesh è un misto tra le prime e le ultime tracce, scorre via senza infamia e senza lode. Dopo la seconda strumentale, utile come una pistola a salve per Charles Manson, ecco che ci si avvia al finale: Vengeance Is Mine e Secrets. La prima si dimostra decisamente riuscita, tanto da risultare la migliore del lotto. La seconda parte bene, per poi perdersi tra gli innumerevoli assoli del buon Amott, il quale evidentemente ha confuso un album con un corso di chitarra. Rimane The Zoo, cover semplicemente inutile e l’ultima, acustica, Snow Bound, da far ascoltare ai neonati sofferenti di insonnia (provo a suggerirne il testo: “Ninna nanna, ninna oh, questo disco a chi lo do, lo darò ad una mamma, che suo figlio mette a nanna”).

    Veniamo alle conclusioni. Khaos Legions (chi siano legioni di sedicenni in preda ad occupazioni studentesche? Mah) è un disco al di sotto della sufficienza. E’ vero che le ultime tracce ed in generale la seconda parte dell’album segna un passo in avanti rispetto alla prima, ma è altrettanto vero che fare peggio sarebbe stato improbabile. I quattro all’opera con gli strumenti non hanno bisogno di presentazioni, la storia recente del metal parla per loro; il problema è che da un po’ di tempo ha smesso di seguirli. Il primo artefice di tutto ciò ritengo sia Michael Amott, il leader. Non trovo alcun senso nel riempire di se stesso un disco, nel propinare continuamente assoli, linee di chitarre prevedibili, banalotte e allo stesso tempo esimersi da riff davvero efficaci. Per di più si avrebbe l’opportunità di lasciare spazi ben maggiori a musicisti altrettanto preparati. Evidentemente l’ego del simpatico Amott ormai è secondo solo al desiderio di ritorno economico, facile e veloce. Del resto quando si ha tra le mani un assegno in bianco perché rischiare desiderando un “non trasferibile”? Perché regalare maggiori emozioni e nuovi ambiti creativi, quando la strada è spianata? Forse perché di questo passo la credibilità di tale band, già in picchiata, potrebbe subirne il colpo di grazia. All’ex Carcass, però, questo pericolo sembra remoto, e magari avrà ragione lui. Fatto sta che alcune canzoni di Khaos Legions ne migliorano la resa complessiva ma non lo trasportano verso la sufficienza, anzi, aumentano i rimorsi per quel che poteva essere ed invece non è stato.

    Angela Gossow non ha colpe e per me non ne ha avute nemmeno per i lavori precedenti; i suoi limiti vocali sono cosa risaputa, ma una fuoriclasse -lei- non lo è mai stata e mai lo sarà. Le responsabilità sono del master mind, il suo amato compagno. D’altronde bisogna capirlo, Michael tiene famiglia, le preoccupazioni aumentano, le priorità cambiano, i soldi non bastano mai, ci sono le tasse, i pannolini per il bambino, l’inflazione, il mutuo, la televisione nuova, lo psicologo per l’ingegnere del suono della Gossow

  2. From Allmusic: The eighth studio album by Swedish melodic death metal powerhouse Arch Enemy (assuming one doesn’t count the re-recordings compilation The Root of All Evil) is superficially as strong as anything else in the band’s impressive catalog. Since the day frontwoman Angela Gossow joined, Arch Enemy has been one of the most consistent bands in metal, cranking out 11 or 12 fist-pumping, anthemic tracks every couple of years. This album features 11 songs, a silly intro with narration like something from a movie trailer or a video game, and two brief instrumental interludes, one of which treads perilously close to “While My Guitar Gently Weeps,” but is just different enough to keep the lawyers at bay. That’s not the only bit of almost-plagiarism here; the pre-chorus to “Thorns in My Flesh” bears a disconcerting melodic resemblance to Pet Shop Boys’ “It’s a Sin.” The title and intro section of “Cruelty Without Beauty” seem like loving imitations of South of Heaven-era Slayer, and the same song, in its final two minutes, erupts into a fury of retro-thrashy guitar soloing, with one player doing his best Dave Mustaine as the other pretends he’s Kirk Hammett. Meanwhile, “Yesterday Is Dead and Gone” sounds like a combination of three or four previous Arch Enemy songs. Still, Khaos Legions shouldn’t be dismissed as the result of creative burnout — there’s plenty of scorching metal here, and fans will be very pleased.

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