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RORY ROLLINS

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CRIPTUM
Monolite

(2 recensioni dei clienti)

5.00

Black metal band with Lyrics in Italian Language.
Disbanded in 2013.

Descrizione

Black Metal from Perugia Italy

Tracklist:

  1. Ab Origine
  2. Sostare Nella Vaghezza
  3. Continuo Infinito Presente
  4. Ego Magnete (Per Assurdo E Per Azzardo)
  5. L’Abbandono Del Sonno
  6. Intermezzo
  7. Il Destino Di Dio
  8. Livida E’ La Mia Ombra
  9. Il Futuro Nel Bronzo

Label: Unlight Production

Format: CD Jewel Box

Band website: Unknown

Band Facebook: Unknown

2 recensioni per CRIPTUM
Monolite

  1. From Metalitalia: Il black metal in stile italiano con il cantato in lingua italiana ormai è di casa, nel senso di trendy. Non ce ne vogliano gli umbri Criptum, il loro caso è un semplice pretesto per una riflessione sul filone black metal con il cantato in italiano e con un determinato uso del linguaggio che da anni sta imperando nella nostra scena. Niente di male, ma anche in un genere musicale anticonformista e contro il sistema business (ma anche qui fino ad un certo punto) come il black metal esistono dei trend. Oggi sembra che tutti i gruppi underground del nostro territorio suonino un solo tipo di black metal e con il cantato esclusivamente in italiano, speriamo in futuro la scena nostrana torni ad essere più diversificata come qualche anno addietro. Detto questo, che chiama in causa i Criptum ma anche altre centinaia di band italiane, diciamo che il duo umbro è stato capace già alla prima apparizione su lunga distanza di un’ottima prova. La produzione non è underground, bensì presenta suoni ben definiti ed equilibrati. Il sound è secco e freddo, i ritmi sono serrati e, nonostante il cantato dei Criptum su questo album rappresenti l’elemento chiave, capace di sconvolgere o settare gli equilibri dell’intera release, è il riffing che merita particolare attenzione. Non perché sia innovativo o trascendentale, ma perché è già discretamente personale e soprattutto perché riesce a creare un muro sonoro quando serve e sferzate violente al momento giusto. Il cantato chiaro e ben definito si schianta contro una barriera black metal massiccia e da questo scontro si sprigiona la grande energia di “Monolite”, un masso lanciato a tutta forza contro il vostro viso. Più violenti che atmosferici, i Criptum riescono comunque in alcuni brani a trasportare un po’ dei misteri della loro terra magica ed arcana, l’Umbria. I Criptum si inseriscono ottimamente all’interno del genere black metal in auge attualmente nella nostra scena nazionale e potrebbero essere facilmente apprezzati dai fan di Spite Extreme Wing e Frangar. Debutto che sorprende in positivo.

  2. From Metallized: Abitualmente si associa l’idea del monolite agli oggetti mistici, arcani. Si visualizzi il racconto di H.P. Lovecraft, Dagon, l’album dei sovrani delle basse vibrazioni Sunn O))), oppure semplicemente le pietre arcaiche che costituivano i dolmen. Trasuda immobilità, oscurità, eternità. In breve: un ente fisso, immutabile e perciò terribilmente spaventoso, causa di paure così complesse da spiegare alla nostra parte razionale.
    Radicalmente differente è l’approccio della band umbra Criptum, che da questa impenetrabilità estrae il materiale per il primo passo verso una nuova consapevolezza, un futuro non più a tinte fosche.
    Sia ben chiaro: il duo di Perugia è ermetico, misantropo, schivo e timido. Non ama il contatto umano. Tuttavia, dati gli individui che calcano il suolo sempre meno naturale del nostro paese, non è poi tratto caratteriale da biasimare.
    Facciamo ora una panoramica sulle peculiarità del progetto: nati nel 2006 come quartetto, i Criptum hanno evoluto la loro proposta passando attraverso due demo, il primo nel 2007, poi uno split con la realtà underground russa dei Drauggard. Sotto molteplici punti di vista tale accostamento risulta, nell’ottica dell’odierna uscita degli italiani, non troppo calzante, poiché l’attitudine della band è cambiata di pari passo con le dipartite dei musicisti che l’avevano fondata.

    Il primo incontro con l’opera suscita una buona impressione generale: il songwriting appare ispirato, nonostante i ritmi della batteria siano poco dinamici e sostanzialmente affetti da una discreta ripetitività, la scelta di un cantato non urlato bensì comprensibile (nonché in italiano, particolare da non sottovalutare) aiuta ad immedesimarsi nelle situazioni narrate, accostabili al vissuto quotidiano. La trepidazione ed assieme l’angoscia per l’alba di un nuovo percorso della propria esistenza sono sentimenti conosciuti, così come lo sono la sensazione di sradicamento o il fastidio bilioso per una catena di eventi in cui non vestiamo i panni dei protagonisti, ma di semplici, vessati, comprimari. La radice è ovviamente la perla nera della musica che s’intreccia con un’anima melodica piuttosto coinvolgente, conducendo ad una concezione della dimensione compositiva diretta ad un’esaltazione della componente epica, a spese delle fangose progressioni armoniche del registro malinconico. In parole più lineari: non siamo dinnanzi ad un lavoro che collassa su stesso, annegando nelle disperazione, ma che, al contrario, offre giri di accordi maggiori e paesaggi primaverili piuttosto che tardo-autunnali.
    Si nota il delicato equilibrio raggiunto dalla coppia di musicisti, che riesce a non scindere l’importante retroterra culturale legato al territorio d’origine dal sangue ereditato dai guerrieri dei fiordi, attraverso modalità simili a quelle adottate dagli inglesi Winterfylleth, nei quali non è difficile riscontrare un termine di paragone.
    Forse ciò che non sostiene adeguatamente il primo lavoro sulla lunga distanza dei Criptum è una sorta di ingenuità nell’atto di porre in risalto gli elementi fondamentali che apportano linfa alle fronde della loro idea: la produzione non è eccellente, dimostrandosi piuttosto abulica nell’equalizzare i volumi dei diversi strumenti, conferendo sì un taglio aggressivo ed una superficie scabra al prodotto – adatta alla conformazione geografica dell’Umbria – ma penalizzando allo stesso tempo lo sguardo d’insieme, costringendo a concentrarsi sulla coppia d’asce e sulle percussioni; in questo modo il basso, maneggiato con cura da Beast, è destinato ad un oblio ineludibile.
    Inoltre l’impostazione vocale soffre di monotonia, anche se, come già detto, non si tratta di una menomazione grave. Certamente però, oltre ai cantati puliti ed allo scream più vicino ad un violento graffiato, l’ascoltatore avrebbe potuto gradire una varietà dietro al microfono che fosse capace di spaziare dal profondo growl ad una cantilena religiosa, simile a quella che conclude il percorso in Il Futuro Nel Bronzo (una delle miglior tracce del lotto, seppur la melodia portante assomigli al celeberrimo riff di Mother North).
    Tali sintomi di inesperienza sono paragonabili a difetti di gioventù: nei quaranta minuti di Monolite il talento è evidentissimo nelle sembianze di un riffage accattivante e di atmosfere magistralmente plasmate, portate talvolta allo zenit tramite emozionanti crescendo.
    È importante rammentare che non è un’operazione lineare (ri)costruire un’identità artistica quando le basi del progetto sono in perenne mutamento, o comunque tremendamente instabili.
    L’ingaggio di numerosi ospiti, impegnati ad eseguire le partiture di chitarra acustica (Intermezzo infatti riprende, in chiave “unplugged”, il tema di una precedente pubblicazione, Sufference, dal secondo demo), è infatti l’emblema di una difficoltà intrinseca del lavoro di composizione e registrazione, dovuto anche alle succitate dipartite.

    Se si ignorano le soprastanti note tecniche, Monolite regala momenti di indicibile estasi che si gettano, come l’affluente minore nel fiume principale, nell’ampio lago che racchiude l’insieme di ataviche necessità legate al primordiale desiderio di indagare se stessi, di stabilire un contatto con l’Io remoto, accedendo così alla visione ancestrale della vita. Non un vero monolite quindi, ma un portale vivo e pulsante.
    Mentre il cd, giunto fisico con elegante booklet al seguito, compiva la sua rotazione nel mio lettore, davanti ai miei occhi si sono spalancati paesaggi accarezzati dalla brezza, ed una stretta al cuore, dovuta all’impellente bisogno di gettarmi fra le braccia suadenti della solitudine, mi ha impedito di proferir parola. Difficile descrivere una lacerazione di tal fatta ricorrendo solo all’asettica schematicità della tastiera.
    Per terminare: un debutto interessante, le cui doti grezze sciolgono le riserve in sede di valutazione. Un peregrinare fisico, psichico e psicologico.

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