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JULIETTE LEWIS
Terra Incognita

(2 recensioni dei clienti)

9.99

CD NEW AND SEALED

Terra Incognita is the debut full-length solo album by American singer Juliette Lewis, released in August 2009.[1][2][3] Produced by Omar Rodríguez-López of The Mars Volta, it was her first album after parting with backing band the Licks, replaced by the New Romantiques.[2] “‘Terra Incognita’ means unknown territory,” she said, “and that’s where I wanted to go musically. The guitars are more wild and atmospheric. The groove is dark and deep and allows for a lot of sonic contrasts.”[4]

 

Descrizione

First Album from Hollywood Star Juliette Lewis

Tracklist:

Intro
Noche Sin Fin
Terra Incognita
Hard Lovin’ Woman
Fantasy Bar
Romeo
Ghost
All Is For God
Female Persecution
Uh Huh
Junkyard Heart
Suicide Dive Bombers

Label: The End Records

Format: CD Jewel Box

Band website: http://juliettelewis.com/

Band Facebook: https://www.facebook.com/JulietteLewis

2 recensioni per JULIETTE LEWIS
Terra Incognita

  1. From Ondarock: Juliette Lewis è una di quegli artisti perennemente in tour. Se ogni tanto avete buttato l’occhio al suo Twitter, vi siete resi conto di quanto poco si sia fermata dalla pubblicazione del suo primo disco, cioè dal 2005.
    Eppure è riuscita a trovare il tempo per prendere le distanze dalla Hassle Records e accasarsi con la The End, dare finalmente il benservito ai “The Licks” (gruppo tecnicamente mediocre e musicalmente insulso), comporre questo nuovo disco in solitudine e pubblicarlo esclusivamente con il suo nome.

    Non è sicuramente un caso che il titolo dell’album sia “Terra Incognita”: praticamente senza i suoi soliti compari di palco, con una nuova etichetta da soddisfare, un nuovo produttore (grazie al Cielo!) con cui lavorare, è ovvio che la Lewis si ritrovi spaesata in un territorio arido dove strani giochi di luce riescono a far sembrare anche il più colorato dei colibrì un minaccioso corvaccio.
    In questo squarcio desertico, Juliette rimane immobile e si affida totalmente alla magia che il produttore di turno (questa volta niente meno che Omar Rodriguez-Lopez) riesce a creare.
    Con Rodriguez-Lopez, finalmente la Lewis può beneficiare di un suono deciso, corposo, sanguigno e di un gruppo tecnicamente valido per crearlo e supportarlo. Purtroppo questo non basta a risollevare le sorti di brani che hanno poco carattere e poca storia.

    Il disco si apre benissimo con “Intro”, brano ampiamente evocativo in cui la chitarra richiama immediatamente la nostra attenzione e la voce filtrata della Lewis inizia a raccontarci l’affascinante storia di un omicidio. È tutto perfetto: la tensione che ci coinvolge, lo sbigottimento che ci ammalia. Vogliamo che tutto il disco sia così e vogliamo sapere come andrà a finire la vicenda. Attese disilluse nel momento in cui la storia si sviluppa in “Noche Sin Fin”.
    Interessante “Hard Lovin’ Woman”, un blues secco e gracchiante al quale la Lewis non riesce a dare lo spessore che il brano richiede: riecheggiano gli insegnamenti di Janis Joplin, ma certe vette si intravedono solamente in lontananza.
    Bella la trascinante “Fantasy Bar”, forse perché non ha molte pretese se non quella di essere orecchiabile quanto basta per passaggi radiofonici.
    Insomma, “Terra Incognita” racchiude alcuni brani non male.

    Allora cosa fa di un disco di Juliette Lewis un disco che non è un bel disco? Forse il nome. Forse sono vittima del pregiudizio: forse un’attrice che è stata candidata all’Oscar, al Golden Globe, all’Emmy, a una marea di altri premi e che ne ha ricevuti tantissimi compreso il Pasinetti alla Mostra del Cinema di Venezia non può essere una cantante e una compositrice degna di nota. Allora ascolto di nuovo il disco e mi accorgo che, anche se chiudo gli occhi e mi sforzo di non pensare a lei come a Juliette Lewis, questo disco continua a non entusiasmarmi.
    La verità è che ai dischi di Juliette Lewis manca qualcosa. Ai dischi di Juliette Lewis manca l’Ispirazione, a Juliette Lewis manca una Musa e cerca una guida nei produttori che fanno quel che possono. Eppure la Lewis potrebbe essere in qualche modo sulla buona strada perché “Ghost”, anche se potrebbe essere migliorata soprattutto nella parte iniziale, è una canzone d’odio che riprende le atmosfere cupe di “Intro” e in qualche modo ricorda “Subway Song” e per cantare parole d’odio tali, Juliette con qualcuno deve pur avercela. Cosa manca allora agli altri brani? La Musa. Anche se è una Musa cattiva. Oppure una Musa divina: in fondo anche “All Is For God” ci fa domandare: “Ma perché non sono così anche le altre tracce?”
    Poi capiamo che Omar Rodriguez-Lopez fa un buon lavoro (in alcuni brani migliore che in altri: per “Uh Huh” probabilmente si era preso un giorno libero), ma la Lewis non riesce a esaltarlo al meglio.

    È ovvio che dopo la spavalderia di “You’re Speaking My Language” (dal quale salivamo ben poco, soprattutto il ritornello di “Got Love to Kill” che è stato più intelligente della stagione: “Hey hey, oh oh – Hey hey, oh oh oh – Hey hey, oh oh oh, oh aw”) e la leggerezza di “Four On The Floor” (disco utile solo a contenere “Inside The Cage” alla quale ho assegnato il premio “Canzone in loop 2006”, album brutto quasi quanto la sua copertina, peggiorato se possibile dalla produzione di un musicista incapace come Dave Grohl), non ci si aspettasse molto da questo terzo disco e non molto è quello che ci si ritrova ad ascoltare. Juliette Lewis è forse troppo abituata a lasciarsi dirigere dagli altri e quello che emerge dai dischi è proprio la mancanza di un percorso e una maturazione strettamente personale.

    Se Juliette non tocca apici in studio, la sua energia esplode sul palco. A Milano nella seconda metà di novembre. Ho già il biglietto. Ora pubblico questa recensione e vado a incatenarmi alle transenne. Magari segnatevi di portarmi un po’ d’acqua e un panino. Grazie.

  2. From BBC.co.uk : Juliette Lewis deserves better than to be filed away alongside other Hollywood luminaries who’ve tried their hand at this rock star lark, oft looking as foolish as Sting in The Bride in the process.

    Many of those who saw Katherine Bigelow’s 1995 flick Strange Days, in which Lewis makes a remarkably decent fist of two PJ Harvey songs, were curious as to how her ventures into this notoriously tricky habitat would fare. Alas, disappointment came when she roped in a bunch of weather-beaten session hacks and formed Juliette & The Licks, whose devotion to clichéd notions of rock showmanship, largely half-inched from Patti Smith, left them looking, ironically, much like a band in a movie scene.

    However, Terra Incognita – which finds The Licks cast aside for the formidable talents of a new collaborator, Mars Volta shaman Omar Rodriguez-Lopez – sees her slightly gauche antics thrown into a far more favourable realm. Indeed, it’s out with CBGB posturing and in with an obliquely psychedelic kind of heat-haze that occasionally recalls the peyote swagger of Jane’s Addiction.

    All cynicism aside, Lewis never seemed lacking in sincerity or passion for the rock arena, but her hell-for-leather devotion to her metier is both a blessing and a curse. Her Janis-and-Patti-damaged hollerin’ elevates what can often be rather prosaic material to greater heights of intensity, yet at the same time lends many of these ditties a melodramatic and overwrought aura that can’t help but remind of the profession where she found her fame.

    On the more straightforward rockers, such as the title-track and the beguilingly PJ-ed out Junkyard Heart, Lopez, taking time out from the 36 solo albums he seems to manage on an annual basis, brings a spare economy and a spicy deftness of touch to proceedings, whilst on Female Persecution his shimmering guitar-work and dubbed-out details provide a disorientating, ketamine-vortexed psych-odyssey that’s the album’s clear highlight.

    Yet it all comes unstuck on Hard Lovin’ Woman, a bawdy, ballsy and thoroughly interminable blues jam that haunts with the nightmare vision of Robert Plant at his most engorged and objectionable. For all Terra Incognita’s moments, it’s unfortunate that Lewis’s Achilles heel is less that she sounds like she’s playing a part, and more that she sounds like she loves rock‘n’roll’s more tiresome baggage just that bit too much.

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